Bologna, ore 13.00 – Inizia la conferenza organizzata dal prof. Sarti con il fratello del giornalista afghano. La conferenza più interessante, e al tempo stesso agghiacciante dei tre anni universitari.
Per chi non conoscesse il caso, linko qui sotto la storia riassunta, prendendola in prestito dal sito isfreedom.org

Il 21 ottobre 2008 una corte d’appello afghana ha annullato la sentenza di condanna a morte contro Sayed Parwez Kambakhsh condannandolo però a 20 anni di reclusione.
Sayed era stato in primo grado destinato alle mani del boia. In realtà, tutto quello che il giovane reporter di ‘Jahan e Now’ (Il nuovo mondo) e studente di giornalismo ha fatto è stato scaricare da Internet del materiale sui diritti civili delle donne e diffonderlo fra gli studenti. Ma anche nell’Afghanistan odierno, non più sotto il pugno dei talebani ma nelle mani del presidente Hamid Karzai, un simile gesto può essere considerato reato, “blasfemia e distribuzione di testi diffamatori dell’Islam”, nonostante la Costituzione di Kabul garantisca, da un punto di vista formale, la libertà di espressione. «Un processo ridicolo quanto terribile», così le associazioni internazionali che lottano per la libertà di stampa nel mondo avevano definito il primo grado di giudizio a cui Sayed era stato sottoposto nella sua regione di origine. Un procedimento durato non più di dieci minuti dopo i quali era già stato condannato a morte: a Sayed non era stata data alcuna possibilità di difendersi in quel primo procedimento tenutosi sotto l’influenza del Consiglio dei Mullah nella corte di Mazar-i-Sharif. E anche il secondo processo quello che il 21 ottobre scorso ha “ridotto” la condanna a 20 anni, è stato definito «una farsa» dall’avvocato che ha difeso Sayed davanti alla Corte di Appello di Kabul. Afzal Nuristani ha infatti riferito che nel secondo processo la difesa «non è stata in grado di chiamare i suoi testimoni. La corte si è limitata ad ascoltare quelli dell’accusa, le cui deposizioni non avevano nulla a che fare con il caso». L’avvocato, inoltre, ha fatto appello direttamente al presidente Karzai perché interceda in questo caso, assicurando il rispetto della Costituzione e la legalità del sistema giudiziario, visto che, secondo Nuristani, «Sayed è stato condannato per un’accusa che non esiste in base alle nostre leggi».
Tutto comincia…
Nord dell’Afghanistan, ottobre 2007

Sayed Parwez Kambakhsh, 23 anni, studente dell’Università di Balhk, redattore di ‘Jahan e Now’ (Il nuovo mondo), un giornale della città di Mazar-i-Sharif, viene arrestato con l’accusa di essere un «ehaant be Islam», il termine usato dalla «Sharia» (la legge religiosa) per i blasfemi. Lui, studente di giornalismo, in realtà aveva solo mandato via e-mail ai compagni un articolo di un intellettuale iraniano dove si sosteneva che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini, anche in materia di matrimonio e in cui si chiedeva perché la fede islamica non si modernizza per dare più diritti alle donne.
Sayed è fratello di Yaqub Ibrahimi, giornalista afghano molto noto per le sue inchieste contro droga e corruzione, che danno un mucchio di fastidio ai signori della guerra e mafiosi locali.
Il 22 gennaio 2008 il tribunale di primo grado di Mazar-i-Sharif, riunito a porte chiuse senza la presenza dell’imputato e di un supporto legale, emette nei confronti del giovane giornalista la sentenza di condanna capitale. Il giorno dopo la missione Onu in Afghanistan (Unama) esprime profonda preoccupazione per la condanna a morte del giornalista, accusato di blasfemia e empietà, chiedendo un riesame del procedimento. In un comunicato l’Unama sottolinea che i procedimenti giudiziari legati alla libertà di religione o espressione ci sono in molti paesi e richiedono una particolare attenzione. ”Le pressioni per le sentenze di colpevolezza, gli avvertimenti ai giornalisti, o come in questo caso, tenere un processo a porte chiuse senza che l’imputato abbia avuto un legale, indicano possibili abusi nei processi”, dichiara la missione Onu. ”Questo non aiuta la causa della giustizia”, si legge ancora nel documento. L’Unama  quindi chiede un riesame completo del caso e un processo d’appello. A mobilitarsi immediatamente per salvare la vita di Kambaksh si adoperano l’Associazione dei giornalisti indipendenti dell’Afghanistan (Aija), Reporters sans frontières, e l’associazione italiana Information Safety and Freedom.
Quest’ultima il 25 gennaio dichiara in un comunicato stampa a cui aderiranno molte associazioni italiane che:
“La condanna a morte di uno studente di giornalismo di 23 anni da parte di un Tribunale afgano, per blasfemia rappresenta una sconfitta dell’impegno internazionale per la costruzione della democrazia e un’oggettiva vittoria dei principi affermati dai Talebani. Salvare Kambakhsh dal patibolo non è solo un dovere morale per le associazioni dei giornalisti, quelle umanitarie e per le istituzioni internazionali, ma anche un preciso impegno politico per quei Governi e quella Comunità Internazionale che da anni si sono impegnati in una guerra che ha come obiettivo la costruzione di una effettiva democrazia in Afghanistan. Se un Tribunale del nuovo Stato afghano condanna a morte uno studente per un reato di opinione, vuol dire che si è molto lontani dal raggiungere gli obiettivi di quella missione. Rappresenta un vero e proprio, tragico, fallimento”.
Pochi giorni dopo la condanna, decine di manifestanti scendono in piazza a Kabul contro la sentenza. «Continueremo a protestare fin quando le nostre voci non saranno ascoltate», dice una donna tra i manifestanti. «Il procedimento di questo processo e l’imputazione a carico di Kambakhsh sono paragonabili ai processi e alle inquisizioni del periodo talebano» riesce a dichiarare un altro manifestante, prima che la polizia intervenga duramente per sciogliere la protesta.
Il Senato afghano, chiamato a decidere sul caso, conferma la sentenza, ma a seguito di una grande mobilitazione internazionale – di personalità politiche, media, organizzazioni dei diritti umani -, il 3 febbraio 2008, il Senato afghano ritira la conferma della condanna a morte del giornalista. In un comunicato la Camera alta afghana definisce un “errore tecnico” la sua precedente decisione di approvare la condanna a morte.
Ma ciò non significa che il giovane giornalista sarà rimesso in libertà, poiché la Meshrano Jirga (la Camera degli anziani) non ha nessun potere giudiziario, e la sua opinione ha una valenza solo politica. La legge prevede infatti due appelli sulla sentenza e l’eventuale condanna a morte dell’imputato, prevista dalla Costituzione per i reati di blasfemia, deve essere approvata dal capo dello Stato, Hamid Karzai. In un’intervista a Radio Free Afghanistan, il procuratore generale della provincia di Balkh Hafizullah Khaliqyar difende la sentenza, affermando che il processo è stato condotto in modo “molto islamico” e non c’è stata nessuna violazione dei diritti umani o della libertà di stampa. “Non ha fatto un errore giornalistico, ha insultato la nostra religione”, dice Khaliqyar, il quale si spinge oltre nella conferenza stampa minacciando l’arresto per tutti i giornalisti afghani che si volessero levare a difesa di Kambakhsh.
Il 17 aprile 2008, a Kabul, si apre il processo di appello nel quale il giornalista, finalmente assistito da un avvocato difensore, ribadisce la sua innocenza e rivela di aver subito delle torture volte a rendere una falsa confessione. Il capo d’accusa resta lo stesso: aver sostenuto la parità delle donne.
Ma il processo viene subito sospeso.
Il 2 settembre Me Afzal Nuristani, avvocato del giovane giornalista, dichiara: “Il tribunale di appello ha, per legge, due mesi di tempo per giudicare un imputato, ma dal 15 giugno scorso il processo è sospeso. Si attendono alcuni testimoni dalla città di Mazar-i-Charif, ma essi non arrivano mai. La loro testimonianza non è importante poiché non sono testimoni diretti ma, seppure siano stati convocati tre volte, non si sono mai presentati. La sospensione quindi è da considerare illegale. Purtroppo questo problema non riguarda solo Pervez Kambakhsh, ma è diventata un’abitudine per la giustizia afghana e gli accusati innocenti come il mio assistito passano troppo tempo inutilmente in carcere. Nonostante un rapporto medico abbia confermato che Sayed Perwiz Kambakhsh sia stato più volte torturato durante la detenzione, i giudici non hanno ordinato la sua scarcerazione per motivi di salute”.
Il caso del giovane giornalista afghano è emblematico nella sua capacità di ricordare due elementi che hanno grande difficoltà a convivere sia nella situazione afghana sia, più in generale, in quella di tutta l’area mediorientale.
L’impasse in cui si trovano i diritti all’espressione e alla parità di ogni cittadino.
A sei anni dalla cacciata dei talebani questo è il paradosso in Afghanistan: nonostante siano tutelate dalla nuova Costituzione varata nel 2004, le donne – e chi le difende – versano in un clima di paura e di intimidazione.
Il caso del giovane Sayed svela come le donne in Afghanistan vivano tutt’ora in un clima diffuso di paura e di intimidazione. “Molte di loro cominciano – rileva la deputata italiana Souad Sbai in un suo accorato appello diffuso all’inizio di settembre – a discutere di matrimoni forzati, lapidazioni e stupri compiuti durante il regime talebano e alcune associazioni di diritti umani hanno iniziato a documentare le atrocità”, ma “il dilagare dell’impunità” “sta alimentando un clima di sfiducia tra la popolazione, mentre il sistema giudiziario appare sempre più condizionato da forze conservatrici e fondamentaliste”. Se a partire dal 2002 hanno aperto nel Paese nuovi quotidiani, siti internet ed emittenti radiotelevisive, i reporter afghani hanno dovuto fronteggiare le minacce per le critiche mosse ai leader del nuovo Governo, ai ‘signori della guerra’ e ai rappresentanti religiosi. Ad oggi i Talebani controllano ancora alcuni territori a Sud e nel 2007 hanno organizzato circa 140 attacchi suicidi. Da ricordare che durante la loro dittatura, alle donne era proibito il lavoro, negata l’istruzione ed imposto il burqa. L’Afghanistan, ad oggi tra i Paesi più poveri al mondo, resta il primo produttore di papaveri da oppio. E’ pur vero che dalla fine del regime talebano l’Afghanistan ha registrato cambiamenti rilevanti in campo scolastico e nelle infrastrutture: sei milioni di bambini sono andati a scuola per la prima volta e chilometri di strade sono stati costruiti. Ma circa tre quarti della popolazione è ancora analfabeta e la capitale dispone di energia elettrica solo per alcune ore al giorno. In questo scenario dove l’inflazione, la disoccupazione e la corruzione rappresentano le questioni più urgenti da affrontare per il Governo di Kabul, la condizione della donna resta immutata, laddove non è peggiorata, denunciano le organizzazioni umanitarie. “L’Italia non può restare a guardare” – sottolinea la deputata Souad Sbai – “sulla base delle responsabilità che esercita per il ritorno alla democrazia in Afghanistan, può scongiurare attraverso un’azione diplomatica la pena di morte richiesta per il giovane Sayed, reo di combattere per la difesa dei diritti umani e per l’emancipazione delle donne”.
Come è stato verificato in molti casi, la mobilitazione internazionale (compresi i premi internazionali) esercitano, in quanto momento di attenzione e di discussione, una forte pressione nei confronti di quei governi che fanno della desolante assenza del diritto la loro arma più forte.