Tratto dal “Metro” di oggi

Col fiato corto. Con quel fiato spezzato che conosco perché ho avuto vizi, anche pericolosi. Comunque l’ho fatto. L’ho fatto col fiato corto, col respiro della paura come quando mi infilavo in una mano con un full d’assi e temevo che una quarta carta uguale ad altre tre mi fregasse. Col fiato corto sono uscito, fuggito da Facebook, sito che ti promette il mondo e, invece, te lo leva. Mi ha tirato dentro, volevo esserci, è da fighi. Ho scoperto che c’ero già perché qualcuno aveva rubato la mia identità. Sono un blogger, era facile. La polizia dice che è un reato e io, errore, ho soprasseduto. Ho azzerato la password e sono entrato. Che cazzata. Ora ho paura: ancora non so che cosa abbia fatto il delinquente con il mio nome, a chi si sia presentato, a chi abbia fatto proposte decenti o indecenti, chi abbia raggirato spacciandosi per me, con chi mi abbia sputtanato. E poi? E poi mille icone e tante mail che, quand’ero fuori, mi invitavano, mielose, a rientrare. Dove? Ma su Facebook, il sito in cui si diventa quello che non si è, il sito in cui ti mettono lì davanti la tua ex, bella, a portata di scappatella cibernetica. Edopo? Niente di vero tranne un grande blob che inghiotte il brutto presente per vomitarci addosso un universo olografico. È pararealtà. Ho visto browser a finestra doppia: una per lavorare, l’altra per denigrare il capo. Parlo perché ho provato su di me: ho avuto le stesse, povere, voglie. Facebook non viola la privacy, stupra te. Al terzo assalto della ex che non mi ha mai detto la verità, mi ha preso il panico. Ho capito che venivo usato e defecato da Facebook. Sono uscito a correre, forte. Scampato pericolo. Il male che ho del vivere, lo sopporto grazie a un libro, mondo fantastico da toccare. Però non è ancora finita: il mio account è ancora lì, spento. “Se decidi di rientrare…” mi hanno scritto da Facebook. Voi siete matti, preferisco correre. (Francesco Facchini, giornalista)